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Caldo estremo, il conto dell’estate sull’agricoltura italiana

Oltre 3 miliardi i danni stimati da Coldiretti per temperature elevate e carenza idrica

L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale. A pagarne il conto è stata soprattutto l’agricoltura, messa sotto pressione dalle temperature elevate, dalle precipitazioni insufficienti e dalla prolungata carenza d’acqua. Le conseguenze vanno oltre le perdite immediate di produzione e incidono sulla redditività delle imprese e sulla continuità delle filiere agroalimentari.

Secondo una prima stima diffusa da Coldiretti, i danni all’agricoltura italiana causati dal complesso delle calamità climatiche, tra caldo estremo, siccità, grandine e incendi, hanno superato i 3 miliardi di euro. Le criticità maggiori si sono concentrate in diverse aree del Centro-Nord, dove la scarsità di precipitazioni ha ridotto la disponibilità d’acqua per l’irrigazione. In Piemonte e Lombardia, tra i territori più esposti, mais e riso hanno dovuto fare i conti con condizioni particolarmente difficili: in alcune aree, i danni al mais hanno superato il 30%, con punte fino al 70%, mentre per il riso è stata stimata una contrazione delle superfici coltivate del 10%.

A soffrire non sono soltanto i cereali. La carenza idrica interessa anche soia, ortaggi, frutta, noccioleti, vigneti e oliveti, con conseguenze differenti in base alle aree geografiche, alle varietà coltivate e alle fasi di sviluppo delle piante.

A rendere ancora più complesso il quadro è la necessità di ricorrere più frequentemente all’irrigazione proprio quando l’acqua scarseggia. Aumentano così i costi energetici e di gestione degli impianti, mentre in alcune zone la competizione per la risorsa idrica rende più difficile programmare le attività agricole. La portata dell’emergenza idrica emerge anche dai dati diffusi da ANBI sulla base delle rilevazioni del CNR: tra la primavera e l’estate 2026, il 41% delle aree agricole destinate a colture irrigue, comprese le risaie, ha sperimentato condizioni di siccità severa o estrema. Un dato che evidenzia la vulnerabilità di una parte consistente della produzione agricola proprio nei mesi di maggiore fabbisogno idrico.

Di fronte a questi scenari, gli interventi di emergenza non sono sufficienti: occorre affiancarli a una strategia di adattamento di lungo periodo. Un ruolo importante spetta alla prevenzione del rischio e alla capacità di anticipare gli effetti degli eventi meteorologici estremi. Il monitoraggio agrometeorologico, l’analisi dei dati climatici e una pianificazione agronomica attenta alle caratteristiche dei territori possono aiutare le aziende a individuare le situazioni di maggiore vulnerabilità e ad adottare misure tempestive. Come evidenzia l’approccio dell’Osservatorio Agro-Meteo-Climatologico del CREA, la valutazione del rischio deve considerare non soltanto l’intensità degli eventi meteorologici, ma anche l’esposizione e la vulnerabilità delle colture e delle aziende.

In sintesi, l’estate 2026 conferma che il caldo estremo non è soltanto un’emergenza stagionale: è un fattore capace di condizionare raccolti, costi di produzione e stabilità delle filiere. La sfida per l’agricoltura è trasformare la gestione dell’emergenza in una capacità strutturale di prevenzione e adattamento. Perché proteggere le aziende dagli effetti di un clima sempre più estremo significa tutelare non soltanto i raccolti, ma anche la continuità produttiva e la sostenibilità economica dell’intero sistema agroalimentare.

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