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Le semine autunnali: un processo delicato che richiede un approccio integrato

La lungimiranza di un’azienda si misura dalla capacità di tenere conto di diverse variabili, dalla disponibilità idrica alla gestione del rischio

Il momento della semina, in autunno, richiede un approccio integrato che coinvolge molteplici variabili, dalla selezione accurata delle varietà da piantare alle misure di adattamento per fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, dalle strategie di gestione del rischio alle spese da affrontare durante la stagione. Soltanto una valutazione completa di questi elementi permette ad un’azienda agricola di affrontare il futuro in modo efficace e sostenibile. 

La scelta varietale è determinante in fase di semina: i cereali autunno-vernini, dal grano duro all’orzo, che si distinguono per una marcata rusticità e una forte resistenza agli sbalzi termici e alle patologie fungine, sono i più indicati per un raccolto in grado di regalare soddisfazioni.

La selezione culturale più adatta deriva da una valutazione attenta in termini di equilibrio tra rischio e margine: alcune colture, ad esempio, offrono un margine potenziale alto ma sono oggetto di un rischio altrettanto elevato; altre varietà invece non offrono un ritorno economico immediato al momento del raccolto ma rappresentano un investimento a medio-lungo termine. La selezione di che cosa vale la pena piantare non si basa quindi su un metodo standardizzato e tradizionale, ma su una valutazione ragionata, che prende in considerazione le possibilità di perdita e quelle di profitto.

A determinare una buona riuscita del processo di semina autunnale è anche un’analisi accorta dello “stato di salute” del suolo, esaminato in particolare in termini di struttura e compattezza. Un calo di resa spesso deriva da una compattazione troppo superficiale o, al contrario, troppo profonda o, ancora, da una condizione di porosità ridotta, che comporta una riduzione dell’infiltrazione, una comparsa di ristagni e uno stress idrico accelerato. In questi casi si rivela efficace intervenire con un’ottimizzazione dei passaggi sul terreno e con una gestione ad hoc di residui e sostanza organica. A fare la differenza nella tenuta del suolo, poi, è anche una rotazione ben ragionata, che porta con sé una riduzione di infestanti e di patogeni tellurici e un minor rischio di “stanchezza” del terreno. 

In questo delicato periodo dell’anno un ruolo chiave lo ricopre l’andamento climatico, responsabile delle tre tipologie di stress più frequenti direttamente legate ai seminativi. Se un eccesso d’acqua in fase di semina determina condizioni di asfissia radicale o ristagni, una situazione di siccità conduce ad un riempimento incompleto della cariosside, ossia un mancato sviluppo del chicco del cereale. Importanti colpi di calore, inoltre, in momenti sensibili fanno crollare sia la resa che la qualità del raccolto. Per affrontare queste problematiche è importante cercare di favorire la resilienza del suolo, adattare i cicli di semina all’andamento climatico locale e regolare l’irrigazione in modo strategico. Quello dell’irrigazione “su misura” è un tema che si intreccia alla delicata questione della disponibilità idrica. L’acqua è infatti una risorsa il cui utilizzo va pianificato con accuratezza, valutando coperture di riserva e turnazioni adeguate.

In una valutazione completa, in fase di semina, va considerata anche l’analisi del margine economico. La valutazione tiene conto, infatti, dei costi di produzione, di cui fanno parte le spese per le sementi, il carburante, i concimi, i trattamenti e i macchinari necessari per la coltivazione, della resa attesa e del prezzo di vendita. In termini di redditività, infine, va tenuto conto che le materie prime, i cereali, risentono in modo profondo delle tensioni geopolitiche globali e sono oggetto di importanti oscillazioni di prezzo: accordi di filiera e una strategia basata sulla scelta di colture alternative se supportate da incentivi mirati rappresentano strumenti che possono fornire un supporto importante ai coltivatori.

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